cascata presso Ponte S. Pietro - presso la Polense 1

Quante volte ho detto che gli acquedotti romani sono considerati la più grande opera di ingegneria di tutti i tempi fino al 1800?

Ponte S. Pietro
Ponte S. Pietro

Il che è plausibile, visto che dovettero dissetare la più grande città dell’occidente dalla preistoria fino, appunto, al 1800.

Infatti sono entrati nell’immaginario collettivo.

Basti pensare all’immagine di Segovia con il suo acquedotto, oppure alla banconota da 5 euro con l’arcata del Pont du Gard in Francia (per quanto, personalmente, per mille e uno motivi, userei ancora volentieri quella da 10.000 Lire con il Buonarroti).

Sappiamo anche che gli acquedotti, che captavano l’acqua dalle montagne a est di Roma, giunti nel territorio fra Tivoli e Gallicano, dovevano superare numerose forre, e lo facevano con ardite arcate.

Ebbene, ne stiamo per vedere due, che non sono niente male: Ponte della Mola e Ponte S. Pietro.

presso Ponte S: Pietro (S. Gregorio da Sassola)
presso Ponte S: Pietro (S. Gregorio da Sassola)

 

Imbocchiamo una strada sterrata, un tempo al servizio degli acquedotti, fra Roma e S. Gregorio da Sassola, a circa 25 Km dal GRA.

Dopo pochi metri ci sorprende un pezzo intatto di basolato romano all’interno di una breve trincea.

Superiamo sulla sinistra i resti di una mola, interessante l’interno, e giungiamo alla prima, immensa, arcata di acquedotto, purtroppo parzialmente crollata: il Ponte della Mola (appunto).

Ci possiamo anche salire, se non abbiamo vertigini e abbiamo un discreto coraggio.

Continuiamo e, se ci voltiamo dopo un centinaio di metri, abbiamo la visione di quest’arcata che supera, apparentemente esile, e altissima, la valle del fiume (foto sotto).

Ponte della Mola - presso Ponte S. Pietro - foto di P. Petrignani
Ponte della Mola – presso Ponte S. Pietro – foto di P. Petrignani

Dopo poco ci imbattiamo in un’altra arcata superba, quella di Ponte S. Pietro, che merita una sosta prolungata.

E ora, attenzione: stiamo per entrare in una sorta di “Lost World” di Conan Doyle.

Proseguiamo lungo la strada bianca fino a dove questa, divenuta sentiero, termina sulla riva del torrente, che risaliamo, mettendo i piedi in acqua dove necessario.

Il fosso entra subito in una gola selvaggia, simile a quella dell’Acqua Rossa, che vedemmo nella prima guida, e  simile alle gole dell’Acqua Raminga con l’altissima arcata di Ponte S. Antonio e di S. Vittorino, che vedemmo nella terza guida.

E questo è logico, visto che queste forre si trovano nella stessa area.

Risaliamo un piccolo affluente e ci appare una stupenda cascata, che occupa un’intera conca.

la cascata di Ponte S. Pietro
la cascata di Ponte S. Pietro

Presi dall’entusiasmo, saliamo lungo un sentiero ripido ed esposto e arriviamo nel punto, vertiginoso, dove la cascata si getta nel vuoto.

Nella fitta macchia sopra la cascata troviamo un altro ambiente pieno di sorprese: un nuova gola da esplorare e i ruderi, sparsi nella fitta macchia, di quello che doveva essere, grazie all’acqua e alla posizione riparata, un antico centro abitato.

Ah! Per chi si sente di proseguire lungo il corso del fiume principale, che diventa sempre più impervio, c’è un’ulteriore sorpresa: i ruderi di un altro acquedotto crollato, detto in loco “Forme Rotte”.

poco prima della cascata di Ponte S. Pietro

poco prima della cascata di Ponte S. Pietro

Di luigi plos

55 anni, con una figlia di 20, ho sempre avuto una grande passione per l’avventura, che ho cercato per molto tempo in alta montagna e, negli ultimi anni, vicino Roma. Fin da ragazzo rimasi infatti sorpreso dalla smisurata quantità di luoghi segreti a due passi da Roma. Così, dopo oltre vent’anni dedicati all’alpinismo e all’escursionismo di buon livello ho cominciato, nel 2011, a perlustrare in modo sistematico il territorio dove vivo (cosa che peraltro avevo sempre fatto), conoscendolo in modo sempre più approfondito. Questa conoscenza si è concretata in circa cinquecento articoli postati su questo blog, in cinque guide escursionistiche e tanto altro. Il tutto sempre inerente i luoghi sconosciuti e straordinari intorno alla capitale e il tutto intervallato da riflessioni su politica, ambiente, clima, energia (il risparmio energetico è l'altra mia occupazione).

4 pensiero su “La cascata presso Ponte S. Pietro.”
  1. Capisco l’importanza della conoscenza di questi luoghi; sono ancora più convinto, però della necessità di salvaguardarli. Se accanto alla diffusione della loro conoscenza non cammina un’attività, un progetto di tutela si rischia di rendere possibile, magari involontariamente, il loro degrado.

  2. Ciao Luigi e ancora complimenti! Se volessi avventurarmi in questo luogo meraviglioso, ci sarebbero delle indicazioni da seguire o me lo sconsigli?

  3. Consiglio, Alessandra! Anche se ora forse la cascata è inattiva. Troppa siccità.

    Qui le info, tratte dalle due nuove guide a 60 NUOVI luoghi segreti a due passi da Roma.

    Roma nord e Roma sud. (Non le tre vecchie!) e … grazie per avermi contattato!

    4. La cascata presso Ponte S. Pietro.
    Quante volte ho detto che gli acquedotti romani sono considerati la più grande opera di ingegneria di tutti i tempi fino al 1800, visto che dovettero dissetare la più grande città dell’occidente dalla preistoria (sempre) fino al 1800? Sono infatti entrati nell’immaginario collettivo.
    Basti pensare all’immagine di Segovia con il suo acquedotto, oppure alla banconota da 5 euro con l’arcata del Pont du Gard in Francia (per quanto, personalmente, per mille e uno motivi, userei ancora volentieri quella da diecimila lire con il Buonarroti).
    Sappiamo anche, ormai, che gli acquedotti, che captavano l’acqua dalle montagne a est di Roma, giunti nel territorio fra Tivoli e Gallicano, dovevano superare numerose forre con arcate ardite alla Pont du Gard, di cui stiamo per vederne due. Imbocchiamo una strada sterrata, un tempo al servizio degli acquedotti. Dopo pochi metri ci sorprende un pezzo intatto di basolato romano all’interno di una breve trincea. Superiamo i resti di una mola, interessante l’interno, e giungiamo alla prima, immensa, arcata di acquedotto, parzialmente crollata: il Ponte della Mola.
    Continuiamo. Se dopo un centinaio di metri ci voltiamo, abbiamo la particolare visione in retrospettiva di quest’arcata, che sovrasta la valle. Dopo poco ci imbattiamo in un’altra arcata superba, quella di S. Pietro, che merita una sosta prolungata.
    E ora, attenzione: stiamo per entrare in una sorta di “Lost World” di Conan Doyle. Proseguiamo lungo la strada bianca fino a dove questa, divenuta sentiero, termina sulla riva del torrente, che risaliamo, mettendo i piedi in acqua dove necessario. Per quanto … ha un suo perché mettere i piedi in acqua già dal Ponte della Mola. Entriamo in una gola selvaggia, simile alle vicine gole dell’Acqua Rossa e di S. Vittorino (viste a suo tempo) e simile a quelle descritte nei capitoli 3, 5 e 6.
    Imbocchiamo una forra laterale e ci appare una stupenda cascata, che occupa un’intera conca. Presi dall’entusiasmo, saliamo lungo un sentiero ripidissimo e arriviamo nel punto, vertiginoso, dove la cascata si getta nel vuoto. Nella fitta macchia sopra la cascata troviamo un ambiente pieno di sorprese: un’altra gola e tanti reperti sparsi nella fitta macchia, di quello che doveva essere, grazie all’acqua e alla posizione riparata, un centro abitato. Se poi continuiamo lungo il corso del fiume, ci imbattiamo nel ponte romano più sbrecciato che ci sia, ma ancora, miracolosamente, in piedi e degno di una location fantasy.

    A chi va bene: a pontieri e torrentisti
    Dislivello: 20 metri
    Durata: 3 ore
    Difficoltà: medio – alta
    Attrezzature richieste: galosce consigliate. Almeno un bastoncino telescopico. Scarpe da scoglio o da torrentismo nei mesi più caldi. Cambio completo in macchina
    Periodo raccomandato: tardo inverno – inizio primavera per vedere la cascata al suo massimo
    Picnic: si. Magari nella radura davanti Ponte S. Pietro
    Bambini: fino a Ponte S. Pietro
    Joelette: no
    Treno + Bici: possibile una magnifica traversata, tipo quella descritta nel capitolo 1 con partenza dalla stazione di Tivoli. Con la MTB si scende per Strada di Pomata (41.951144, 12.793450), si attraversa Gericomio (41.916699, 12.830490 ), un borgo agricolo che mantiene intatto il fascino della campagna romana, si passa sopra il super Ponte S. Antonio, descritto nel capitolo 6 (41.903024, 12.830176) – attenzione alle vertigini – si gira a sinistra, si prende via Faustiniana, si imbocca a sinistra la strada bianca descritta sotto (41.902809, 12.815802), si arriva con la MTB fin sulla riva del fiume e la si lascia. Terminata l’escursione a piedi, si riprende la MTB, si riprende via Faustiniana verso sinistra e poi la Polense, che si percorre fino alla stazione di Lunghezza, oppure, continuando sulla Polense, fino alla stazione di Tor Sapienza

    DESCRIZIONE: lasciamo l’auto su via Faustiniana alla seconda curva, circa 700 metri dopo l’incrocio con la Polense (41.902809, 12.815802), dove un cartello indica una fabbrica di fuochi artificiali nella strada opposta. Prendiamo la strada in salita (indicazioni escursionistiche presenti – luglio 2019) e proseguiamo. Dopo poco, in discesa, ci imbattiamo in un tratto di basolato quasi intatto. Continuiamo lungo la strada bianca, evitiamo le deviazioni a sinistra e lambiamo a destra i ruderi di una mola. Poco dopo arriviamo al (appunto) Ponte della Mola (41.894583, 12.824105). Volendo, possiamo rimontare il pendio a destra e camminarci sopra: vertiginoso/pericoloso/strapicchioso.
    Continuiamo lungo la strada bianca. Dove questa si biforca, si lascia la deviazione che sale a sinistra e continuiamo lungo il tratto che costeggia il fiume. Dopo poco dobbiamo fare attenzione a una diramazione alla nostra destra, che scende con una curva. La prendiamo e dopo due svolte giungiamo in una radura dove appare lo spettacolare Ponte S. Pietro. Possiamo guadare il torrente e andarlo a vedere da vicino. Potenziale rischio di crolli. Tornati sulla strada principale, facendo attenzione, possiamo prendere il sentierino infrascato, che percorre la sommità dell’arcata.
    Torniamo sulla strada bianca e continuiamo a camminare, finché questa, divenuta sentiero, termina sulle rive del torrente. A questo punto, senza via obbligata, risaliamo il torrente. Subito dopo troviamo alcune cavità a livello dell’acqua e subito dopo queste prendiamo il primo affluente che viene da destra (sinistra orografica). Facendo attenzione a non scivolare, ci troviamo poco dopo nella conca con la cascata. Individuiamo una traccia di sentiero a destra della cascata, molto ripida e parzialmente esposta, che aggira e rimonta il pendio. Giunti sulla sommità del colle, ci dirigiamo verso la parte superiore della cascata, superando la fitta macchia. Dopodiché possiamo seguire il torrente a piacere, fino a trovare, alla confluenza con un altro fosso, il ponte romano ancora in piedi e/o cercare ruderi nella macchia. Ridiscesi lungo il torrente principale, possiamo risalirlo, fino a trovare, dopo poco, le “Forme Rotte”, ruderi di un ennesimo acquedotto, e continuare a piacere

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