I 5 problemi di un pubblico amministratore che vuole risparmiare energia

risparmiare energia

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Ha ancora un senso fare il pubblico amministratore in una nazione dove i vincoli di bilancio esterni non permettono più margini di manovra, rendendo di fatto impossibile attuare politiche a beneficio della collettività

come il risparmiare energia?

Avevamo iniziato questo discorso nel primo post. Nel quale individuammo le carenze della nostra pubblica amministrazione in materia di risparmio energetico.

E allora io amministratore pubblico (voglio fare l’esercizio di immedesimarmi in lui) vorrei capire come attivare e gestire progetti che portino il mio ente a

risparmiare energia.

Anche se so che, nonostante tante belle parole, l’importanza che in Italia viene data al risparmio energetico è minima.

Infatti non casualmente è minima la parte del budget allocata alla gestione dell’energia: che è circa il 2% del bilancio dell’ente che amministro.

E i soldi che posso risparmiare grazie a quest’attività sono ben poca cosa rispetto ai quelli che posso risparmiare in altri rami del mio ente.

Cosa vuol dire questo? Che, se anche se opero nel migliore dei modi, intraprendendo proficue attività di risparmio energetico, il risultato finale dell’ente che amministro praticamente non cambia.

E allora:  perché dovrei perdere tempo appresso a un cinquantesimo della mia struttura, quando ho problemi con il rimanente 98%? Ovvero quando ho problemi 50 volte più grossi?

Dico questo per esperienza diretta, dal momento che perfino amministratori pubblici 5 Stelle (i quali ben sanno che l’energia è una delle 5 Stelle; ed è uno dei driver principali della linea politica 5 Stelle), ai quali ho proposto sistemi di efficientamento energetico, non hanno avuto la tranquillità e il tempo mentale necessari per valutarli; nonostante il valore delle proposte.

Proprio perché hanno problemi in proporzione 50 volte più grossi.

(Per inciso questo è uno dei motivi per i quali ho momentaneamente cessato di lavorare con la pubblica amministrazione).

Ma qui sta il cambio di passo che io cittadino, pretendo, da chi amministra la cosa pubblica.

Ovvero la priorità che deve essere data al risparmiare energia.

Visto che può diventare una pratica, un abito mentale, per efficientare anche il resto della struttura.

Per raggiungere questo obiettivo, io amministratore pubblico (mi impersono nuovamente in lui) devo superare diversi problemi, che sono fondamentalmente di natura culturale e di organizzazione rigidamente novecentesca.

Provo a riassumere questi problemi in 5 punti:

1) I tecnici del settore energia sono solitamente inquadrati nel servizio manutenzione e non in un servizio dedicato; e con capitoli di spesa “incomunicanti” fra loro.

Spesso si tratta di personale assunto 20/30 anni fa. Non desiderano cambiare il loro modo di lavorare, né desiderano adeguarsi a nuove regole ed esigenze. E, piuttosto che rinnovarsi, cercano di proporre – per comodità (loro) – le stesse soluzioni di 20/30 anni fa.

Quindi problemi di ritardo nel ricambio generazionale aggravati dal drammatico sottodimensionamento dell’organico in generale.

Peraltro io pubblico amministratore non riesco a valutare i capitoli di spesa nel loro complesso: spesso un capitolo di spesa è gestito dal dipendente X, mentre l’operatività che ne deriva è in carico al dipendente Y.

Ovvero mi trovo con una struttura del budget fatta per capitoli impermeabili fra di loro, le cui dotazioni sono stabilite per legge il più delle volte sulla base dello storico. E ciò comporta un’ulteriore paralisi.

E con regole che sembrano costruite apposta per incentivare l’inefficienza (non solo energetica), e per lasciare il denaro non in mano alla PA. Vedi punto 2.

 

2) Io amministratore pubblico arrivo con le migliori intenzioni a gestire l’ente, e mi trovo con contratti decennali quasi impossibili da rescindere.

Contratti con i quali è stato esternalizzato praticamente tutto.

Con la somma delle spese per gli interventi ad alta urgenza e per quelli contrattualizzati nei contratti vigenti che supera regolarmente il budget annuale.

Se a questo sommo i tagli lineari che anno dopo anno mi assottigliano il budget, mentre i contratti sono indicizzati all’inflazione e quindi i loro importi aumentano automaticamente – e comunque non diminuiscono – le cose vanno ancora peggio.

Questi contratti pluriennali non solo non mi riducono le spese, ma al contrario mi bloccano per anni/decenni le risorse con le quali la mia amministrazione potrebbe investire per migliorarsi.

Risultato di tutto ciò?:

  • non posso investire per ridurre i costi
  • spendo tanto per le spese correnti come le bollette (che non posso abbassare, perché appunto non posso investire in innovazione come l’efficienza energetica); e alla fine mi mancano i soldi per le spese correnti di base come la manutenzione ordinaria.

Ah! E mi tocca pure ritardare i pagamenti ai fornitori…e tutti quindi a stracciarsi le vesti perchè la P.A. affama le imprese.

Peccato che questo sia vero solo in parte. Visto che per una filiera di aziende alla fame poiché non vengono pagate, c’è una filiera di aziende, quella dei contratti decennali, che invece si arricchisce.

E se magari riesco a trovare nelle pieghe del budget qualche mini risorsa per interventi che sono rimasti scoperti, mi tocca strizzare le aziende fornitrici border line (quelle che fanno la fame), che si accontentano delle briciole.

Con il rischio di lavori fatti male e su cui bisogna poi intervenire nuovamente.

Per chiudere questo punto 2, io amministratore pubblico vorrei anche capire come fanno a essere spesso così costosi questi contratti decennali. (La risposta è facile, tenendo conto della catena di subfornitori, cooperative varie ecc. – in cui in pratica lavora solo l’ultimo).

 

3) Regione e Stato ci mettono del loro, ritardando i trasferimenti dei soldi convenuti.

E così sono costretto a sforare ancora di più i pagamenti ai fornitori. Vedi sopra.

 

4) Mi riduco a fare una manutenzione di base.

Per esempio sull’impianto elettrico, che salta ad ogni stufetta che gli impiegati attaccano quando fa freddo.

 

5) Il valore degli immobili di proprietà dell’ente che gestisco diminuisce nel tempo.

Dal momento che non ho le risorse per rinnovarli o quanto meno manutenerli.

Eppure, per cominciare, mi basterebbe monitorare le apparecchiature tecnologiche preposte all’energia.

 

Conclusione

A valle di tutto ciò io amministratore pubblico non posso non comprendere che se imparo il metodo dell’efficienza da un settore misurabile come quello dell’energia, posso poi applicarlo anche al resto della struttura.

Vedremo nel prossimo post una possibile linea di risolvere questi problemi organizzativi e culturali.

 

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